Qualche tempo fa mi è accaduto di incontrare, a Palermo, un mio vecchio compagno di Liceo, che ricordavo nitidamente per il suo carattere assai sensibile e romantico, ma anche molto fragile ed insicuro dinanzi alle difficoltà della scuola e della vita.
So che era fidanzato con una ragazza assai simile a lui. Tutti e due, agli occhi maliziosi e talvolta irriverenti di noi compagni, formavano insieme una coppia un po’ “fuori dal tempo”, come i famosi innamorati di Peynet, capitati per puro caso nella realtà convulsa e frettolosa della nostra epoca.
Non ho potuto fare a meno di chiedergli come fosse andato a finire quel lontano amore liceale e quali scelte di vita e di professione avesse fatto dopo il diploma. Egli, con un velo di pensosa tristezza negli occhi, mi ha risposto di avere sposato la fidanzata di allora. La loro unione era stata allietata dalla nascita di due figli, un maschio ed una femmina, adesso adolescenti. Poi, qualcosa non aveva “funzionato” nel loro rapporto, e si erano separati : anzi, lei se ne era andata, in cerca di nuovi amori ideali, passando da un amante ad un altro e da una delusione ad un’altra, lasciandogli i figli e facendosi rivedere periodicamente, senza che la loro separazione fosse stata mai sancita legalmente.
Prima di sposarsi, lui aveva preso una laurea in Architettura, con la quale aveva cercato invano di avviare una libera professione, rimanendo sempre precario ed alle altrui dipendenze. La moglie si era laureata in Lettere, rimanendo anche lei precaria nell’insegnamento, dal momento che non era mai riuscita a superare un concorso.
La loro vita – mi sottolineava con un mesto sospiro il mio compagno – era rimasta piena di sogni irrealizzati, ed era trascorsa monotona con una grande amarezza nel cuore ed un grande desiderio, sempre inappagato, di successo e di realizzazione di una propria stabile identità.
Questo clima di pesante insoddisfazione aveva finito col minare inesorabilmente il loro rapporto, fino alla “fuga” di lei, in cerca di un “altrove” dove trovare una ipotetica realizzazione dei propri sogni.
“Adesso siamo rimasti sempre come due eterni adolescenti, inquieti, e litigiosi, polemici contro tutto e contro tutti ; due calamite che si attraggono e si respingono, che si separano e si riuniscono senza riuscire a prendere una decisione definitiva, in una atmosfera di accuse, gelosie e risentimenti senza fine, ma anche di affetto rabbioso e disperato, perchè, malgrado tutte le fughe ed i periodici ritorni di mia moglie, continuiamo stranamente a volerci bene, ed io, quando lei torna da me in cerca di protezione – perchè torna sempre! – con le ali ferite ed ustionate, come quelle di una farfalla che ha sfidato il calore di una lampada, la riaccolgo e me ne prendo cura amorevolmente, fino alla sua successiva fuga!”. Queste, al vivo, le parole con le quali il mio compagno ha concluso il suo discorso, dilagando improvvisamente ed inaspettatamente nel mio cuore.
“Ma, i figli?”, mi sono sentita di chiedergli quasi balbettando, per la forte emozione che egli aveva suscitato dentro di me.
“Ti sembrerà strano – mi ha risposto lui con un sorriso quasi imbarazzato, ma anche venato d’una nota di sottile “orgoglio” – ma sono loro la nostra sicurezza. Il maggiore ha 14 anni, la minore 12 : ebbene, tutti e due, soprattutto il maggiore, hanno reagito alla nostra strampalata situazione di coppia sviluppando una saggezza del tutto inaspettata. Sono loro, quasi, a prendersi cura di noi. Sembrano quasi più grandi della loro età : quando litighiamo cercano di calmarci, di mediare, di “distrarci”. Sono quasi consapevoli che io e la mamma finiamo sempre col recitare un copione. Alzano gli occhi al cielo, come dire ‘siamo alle solite!’, e poi si sforzano di richiamarci alla realtà. Sanno che, in fondo, io e mia moglie, pur battagliando, ci vogliamo sempre bene, e vogliamo tanto bene anche a loro!”.
Dopo questa risposta, il mio compagno mi ha salutata e se ne è andato senza darmi il tempo di elaborare un commento.
Paura? Imbarazzo? Oppure irrimediabile incoscienza puerile? Non so. So soltanto che le sue parole mi hanno lasciato dapprima esterrefatta , poi, profondamente pensosa.La vicenda esistenziale del mio compagno di Liceo è una realtà tutt’altro che anomala in questo nostro Tempo, dove l’ombra malefica ed inquietante della precarietà incombe fatalmente sulla vita delle persone, travolgendo sogni, progetti, sicurezze, aspettative e, soprattutto, rendendo privo di fascino il Futuro.
Naufragare nell’indistinto di una realtà senza avvenire sembra sempre più spesso il destino cui vanno incontro migliaia e migliaia di uomini e donne, specialmente giovani, alla ricerca di una propria identità lavorativa, affettiva, sociale.
Una “identità negata”, oppure resa assai problematica da un diffuso clima di crisi globale, non dipendente dalla volontà del singolo, ma in grado di condizionare ed inquinare, come un veleno sottile, l’esistenza individuale, rischiando di privarla di significato.
La “Società del precariato” obbliga specialmente i giovani, ma spesso anche i quarantenni ed oltre, a mantenersi artificialmente, per lungo tempo, in una condizione di “interminabile adolescenza”, ricca di “sogni nel cassetto”, in una sorta di drammatico “supplizio di Tantalo”, dove la sete di realizzazione di sé sfuma in una terribile, inestinguibile arsura. E più la realtà con la quale ci si confronta quotidianamente diviene frustrante, più si diffonde un bisogno, talvolta disperato, di “evasione”, alla ricerca di “mondi impossibili”, che spesso travestono il Nulla con illusioni vuote di senso . Droga, sesso sfrenato, criminalità, pratica di attività “estreme” sono solo alcuni dei “territori” maggiormente frequentati da chi cerca di dare risposta alla frustrante inquietudine che la Società di oggi impone in un clima di desolata solitudine individuale. Per non parlare, poi, del dramma terribile di chi, cinquantenne ed oltre, si trova improvvisamente disoccupato per la perdita del lavoro, obbligato a cercarne disperatamente un altro, con poche speranze di trovarlo, con una famiglia a carico, alle prese con veri e propri problemi di sopravvivenza quotidiana.
La “ricaduta” che questa situazione generale viene ad avere sulla vita di coppia è sicuramente drammatica.
Non sono poche, oggi, le persone, specialmente giovani, sia uomini che donne, le quali, nel clima di generale precarietà, rifuggono dal dare fisionomia stabile ad un rapporto affettivo, preferendo girovagare da una relazione “saltuaria” ad un’altra, oppure inoltrandosi in un “fidanzamento a tempo indeterminato”, rimanendo sempre confinati nell’ambito della propria famiglia e limitandosi a trascorre insieme il tempo libero, in un clima di piatta ed annoiata superficialità, senza scambio di valori particolarmente profondi.
Ad un polo opposto, vi sono invece le coppie dove il rapporto col partner è “totalizzante”, perché si cerca nell’altro o nell’altra la soluzione “taumaturgica” di tutte le proprie inquietudini esistenziali, fra le quali primeggia la realizzazione piena della propria identità e dei propri sogni. Questo tipo di relazione nasce quando l’incontro fra i partner è contrassegnato da una forte idealizzazione, unilaterale o reciproca che sia, per la quale l’Altro-da-me appare come una sorta di “Principe azzurro” da sempre cercato e agognato, depositario di tutti i valori, le qualità e le energie più sfavillanti, in grado, per “osmosi”, di riscattare il mio Io da ogni grigiore e da ogni insicurezza, risvegliandolo ad una nuova vita, quasi come accade dopo il magico bacio nella favola della “Bella addormentata nel bosco”.
Questo modello di coppia, assai meno raro di quanto non si creda, è sicuramente quello maggiormente esposto alle più cocenti e drammatiche delusioni, quando la dura legge della precarietà impone il suo brusco richiamo ad una realtà ben diversa da quella sognata ed accarezzata con la fantasia.
L’insoddisfazione reciproca si infiltra lentamente, e con essa si sgretolano progressivamente tutte le aspettative e le speranze che avevano alimentato inizialmente il rapporto. E’ un momento cruciale, che mette a dura prova, come un vero e proprio test esistenziale, il livello di maturità dei due partner. Alcune coppie riescono a reagire con saggezza, scegliendo la via, faticosa, ma costruttiva, della ridefinizione dei ruoli reciproci alla luce di un maggiore e più positivo realismo : e sono quelle coppie nelle quali l’autenticità dei sentimenti finisce col prevalere sull’astratto e indistinto mondo delle idealizzazioni. Altre coppie, purtroppo assai più numerose, non superano lo scoglio della delusione e si inoltrano sulla via della separazione, spesso tortuosa, ambigua e drammatica, specialmente quando ci sono dei figli. Si tratta spesso di separazioni “vischiose”, cioè non nette e definitive, non solo per la eventuale presenza di figli, che esige una certa continuità di rapporto fra i genitori, ma soprattutto per il persistere di un legame “inconscio” fra i due partner anche dopo il crollo delle “illusioni”. E’, infatti, sempre assai difficile per chi ha tanto idealizzato un rapporto, rivestendolo di aspettative d’altissimo valore, accettare una “sconfitta” dai connotati inesorabilmente sconvolgenti. Si tratta di elaborare, spesso, un vero e proprio “lutto”, che si cerca di eludere continuando a nutrire una speranza, sia pure remota, di possibile riscatto. In tal senso, non sono poche le coppie che si lasciano e si riprendono periodicamente, in un susseguirsi spesso drammatico, ma anche immaturo, di veri e propri “colpi di scena”. Dinanzi a questo teatro, i figli, quando ci sono, rimangono disorientati, oppure, talvolta, mostrano una saggezza ben superiore alla loro età, sviluppando un atteggiamento “protettivo” verso i genitori stessi.
Io penso che la vicenda narratami dal mio compagno di Liceo rientri sostanzialmente in quest’ultimo quadro di riferimento. Essa, comunque, mi ha richiamato alla memoria un interessante film del 2006, diretto e recitato da Kim Rossi Stuart, intitolato “Anche libero va bene”. Un film che ha ricevuto numerosi premi e che riflette in pieno la realtà sopra descritta.
Vero protagonista del film è un ragazzo di 11 anni, Tommi, che vive col padre, Renato, e la sorella maggiore, Viola, in un appartamento che essi gestiscono da soli, dal momento che la madre, Stefania, casalinga insoddisfatta e delusa dal marito, va e viene da casa, in preda ad un conflitto insormontabile fra l’amore per i figli e il suo desiderio di una vita diversa, alla perenne ricerca di “incontri” in grado di farla sentire finalmente realizzata. Una “utopia”, che sfocia sempre in pesanti fallimenti e tristi, imploranti ritorni a casa, con solenni promesse di stabilità affettiva. Il padre è un cameraman dal lavoro precario, sempre alle prese con grossi problemi economici, che evidenzia una personalità chiaramente immatura, instabile e nevrotica, caratterizzata da comportamenti contrastanti, ora amorevoli, ora duri e violenti, fino alla bestemmia. Malgrado i continui tradimenti, egli continua a voler bene alla moglie e la riaccoglie a casa tutte le volte che ritorna, anche se il suo ritorno sconvolge ogni volta il già precario equilibrio familiare.
La reazione dei due ragazzi a questa situazione assai tormentata è diversa : Viola è sempre pronta a credere ai “ravvedimenti” della madre, mentre Tommi vive la dura realtà del comportamento immaturo dei genitori con coraggio e sopportazione, sviluppando una pensosità e una saggezza nettamente superiori alla sua età cronologica. Egli contiene e gestisce in modo misurato le proprie emozioni, come se riuscisse a “vedere” l’instabile mondo familiare “dall’alto”, con distacco, tanto che, quasi simbolicamente, quando gli è possibile, corre segretamente sul tetto del palazzo per osservare la città da un “osservatorio” inusuale, ma dove porta con sé una fionda con la quale lancia sassi verso quel mondo che lo delude e gli “ruba” l’infanzia, obbligandolo a crescere prima del tempo.
Gesto di protesta, ma anche gesto liberatorio, che gli permette di “distillare”, “elaborare” e “superare” la propria aggressività, concedendogli poi di “ridiscendere” fra gli “adulti” in modo più pacificato e comprensivo. Quasi come se il gesto di scagliare pietre alla città costituisse una sorta di rito di purificazione dal rischio di rimanere egli stesso “pietrificato” e quindi annientato dal mondo nevrotico dei “grandi”.
La trama del film si svolge attraverso il susseguirsi di episodi quotidiani caratterizzati da forti tensioni emotive e laceranti conflittualità, fra le quali spicca anche un iniziale contrasto col padre, che vorrebbe che Tommi praticasse il nuoto agonistico, mentre il ragazzo ama il calcio. Spinto in modo nevrotico dal padre, che chiaramente “proietta” sul figlio il proprio desiderio frustrato di primeggiare nella vita, Tommi tenta la via del nuoto, ma, dopo una prestazione assai deludente, obbliga il padre a ridimensionare le sue aspettative e lo spinge a concedergli di giocare al calcio, nel ruolo di “libero”, il suo ruolo prediletto (da qui il titolo del film “Anche libero va bene”, che è la frase che il padre pronuncia dopo essersi finalmente rassegnato a lasciare il figlio “libero”, appunto, di praticare il suo sport preferito).
Tommi, continuamente abbandonato da una madre estremamente fragile ed immatura, vive con lei un continuo alternarsi di speranza e diffidenza : speranza di potere finalmente recuperare il rapporto ; diffidenza, per la paura di soffrire nuovi abbandoni. Altrettanto sofferta è la relazione che egli ha col padre. Mentre da un lato gli deve quel poco di ordine, sicurezza e amore in cui vive, d’altro lato sa che il padre è poco adeguato al suo ruolo di genitore, sempre tormentato com’è dai propri problemi personali e dall’ansia di competere col mondo intero per emergere. E sa, anche, che il padre proietta su di lui le proprie frustrazioni, pretendendo che il figlio si affermi in qualcosa, come nel caso del nuoto.
Tuttavia, Tommi, attraverso la “esperienza del tetto”, impara a comprendere e accettare le debolezze dei genitori, e con il suo silenzioso processo di maturazione e di adeguamento alla realtà, realizzato faticosamente nel suo solitario posto di osservazione, diviene per gli adulti come la personificazione di una sorta di richiamo, o, meglio, invito ad allontanarsi dalle miserie quotidiane, a crescere, ad ascoltarsi e a ritrovare in sé il proprio lato “puer”, forse più saggio, meno egoista e più aperto al futuro, che permetta di ridefinire il proprio rapporto con la realtà e con gli altri in un modo più reale e più sensibile alla fiducia e alla speranza.
Il messaggio del film è chiaro. Forse il mondo contorto, disperato e disperante, stanco, deluso e deludente degli adulti tormentati dal precariato, potrà aprirsi a nuove energie costruttive solo quando riuscirà “staccarsi” dal frastuono inconcludente e pietrificante dei falsi ideali, per ritrovare la creatività del “puer”, la sola capace di inventare strategie inusuali per iniziare un nuovo modo di rapportarsi alla Vita, più flessibile, più entusiasta e più dinamico. Un cambiamento d’ottica, che veramente richiede il coraggio di “uno sguardo dal tetto”.
Quanti di noi adulti, schiacciati da una quotidianità spesso avvilente e priva di speranza, sono in grado di farlo? Il Tommi del film ci riesce ; e forse, come lui, ci riescono anche altri ragazzi, magari assai più numerosi di quanto non si creda. Sono i nostri figli – e fra questi anche i figli del mio compagno di Liceo – , dai quali abbiamo molto da imparare per scrollarci di dosso la sconsolata e litigiosa passività che ci affligge.
Ascoltiamoli di più, prima di avvelenarli definitivamente col nostro sordo cinismo pessimista.
