Oggi si parla molto di “cambiamento” ; della necessità di imprimere “svolte” epocali alla realtà sociopolitica in cui viviamo ; di liquidare, o, meglio, di “rottamare” cose e persone del passato. “Rottamare” : verbo da sfasciacarrozze, che, al di là, della sua cacofonica trivialità, descrive un’attività distruttiva che non implica necessariamente nuovi orizzonti o programmi di seria e laboriosa costruttività…. Ma lasciamo perdere. Il decoro dello stile non fa parte, ormai da tempo immemorabile del nostro linguaggio…. Ma poi è un verbo che è divenuto di moda
Tuttavia, se, come diceva il grande Imperatore bizantino Giustiniano, “nomina sunt consequentia rerum”, cioè “le parole rappresentano la natura (vera) delle cose”, l’uso del verbo “rottamare” non è molto promettente in sede previsionale.
Comunque, quando parliamo di “cambiamento”, forse dobbiamo sforzarci di evitare il rischio di una strisciante ambiguità. Nel famoso romanzo di Tomasi di Lampedusa, “Il gattopardo”, il protagonista Principe Salinas, all’Unità d’Italia come proposta di profondo “cambiamento”, contrappone il suo scetticismo “classista”, sostenendo che gli uomini politici del nuovo Stato “cambieranno qualcosa per lasciare tutto com’era”. Cambiare per conservare è spesso, infatti, l’operazione ambigua di chi si presenta come profeta del Nuovo.
Come evitare questa “deriva” rischiosissima? Penso che vi sia un unico modo, sul quale è assolutamente necessario riflettere.
Il cambiamento – ogni cambiamento – prima ancora che un evento “esterno”, è, e dovrà essere sempre una “rivoluzione interiore”, una trasformazione di coscienza, di mentalità e, soprattutto, di Valori, che ciascuno di noi è chiamato ad affermare e a difendere col proprio, personale contributo di partecipazione più diretta possibile.
