Coinvolgimenti inaspettati

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In genere non ho l’abitudine di guardare la televisione, salvo in quelle rare occasioni in cui vi siano programmi particolarmente interessanti, oppure quando si tratti di seguire notizie di cronaca che non possono essere ignorate.

Alla TV preferisco la lettura di un ottimo libro, romanzo o saggio che sia, oppure l’ascolto di musica, classica o leggera, oppure, ancora, lo scambio di notizie e di approfondimenti culturali con gli amici – e sono assai numerosi -, con i quali sono in contatto tramite il PC. Qualche sera fa, tuttavia, trovandomi con la casa mezza smontata a causa di alcuni lavori di miglioria che stiamo eseguendo, e sentendomi particolarmente stanca dopo una giornata un po’ “movimentata”, mi sono concessa una pausa di “relax” sul divano del salotto, per contemplare con soddisfazione le nuove opere in via di esecuzione, che mi stanno entusiasmando notevolmente.

In quel momento la televisione era accesa e sintonizzata sul canale dove Maria De Filippi conduce la trasmissione “C’è posta per te” : una trasmissione che ho sempre ritenuto molto artefatta, patetica e persino banale, che ho sempre collocato fra i programmi da evitare accuratamente. In quella occasione, però, affaticata com’ero, avevo soltanto voglia di abbandonarmi al suono cullante delle voci e delle musiche, per cui mi sono trovata, mio malgado, a seguire le varie situazioni che venivano via via presentate nel corso della trasmissione, rimanendone stranamente coinvolta in modo sempre più intenso.

E’ stata un’esperienza veramente inaspettata : i casi umani che si susseguivano hanno iniziato progressivamente a trasmettermi emozioni così forti, che, ad un certo punto, mi sono sentita inumidire gli occhi per una sorta di commozione incontrollabile. Come se fossi rimasta “calamitata”, ho finito col seguire l’intero programma, fino alla sua conclusione, per quasi due ore.

L’episodio, con tutte le particolari risonanze emozionali che ha suscitato dentro di me, mi ha fatto molto riflettere e mi ha indotto a cercare dei “perché”. Indubbiamente – mi sono detta -, quella trasmissione, come altre del medesimo tipo, dove scorrono le vicende più disparate di una “commedia umana” spesso ricca di “pathos” apparentemente a buon mercato, è in grado di far vibrare molte corde negli strati più profondi e inconsci delle persone, toccando bisogni che si agitano forse da sempre negli scrigni più segreti e remoti della nostra psiche. Questo spiega ipoteticamente l’alto indice di “audience” che tali spettacoli finiscono col riscuotere. Uno scenario televisivo dove vengano rappresentati, in drammatica sequenza, i “drammi” di coscienza più emotivamente laceranti , come, ad esempio, quelli di persone che tradiscono gli affetti più cari, pentendosi poi amaramente e chiedendo, e, infine, trovando perdono ; oppure, quelli dello struggente dolore di genitori che hanno perduto contatto con i figli da tantissimi anni, e poi si ritrovano in un tripudio di commovente felicità ; fino ad arrivare alle storie brucianti di odiose rotture o separazioni, che infine si ricompongono in un trepido abbraccio di pace : ebbene, tutto questo fervore emotivo non può non configurarsi come un “teatro” dove, anche indipendentemente da una specifica intenzione della regìa, ciascuno di noi ritrovi una parte di sè, come in una potente eco.

Riflettendo, mi è sembrato di potere individuare il senso di un tale “richiamo”, ricorrendo ad una ipotesi che, a mio avviso, non mi appare del tutto sbagliata. Se possiamo far ruotare il filo conduttore che guida questo tipo di trasmissioni attorno al tema della “ricongiunzione” (si tratta sempre, infatti, di persone che si “ritrovano”), ebbene, tale tematica costituisce un bisogno esistenziale radicato nelle profondità più remote ed abissali del nostro essere. Si tratta di una sorta di “nostalgia metafisica”, che probabilmente rimane impressa dentro di noi, come traccia indelebile, anteriore ad ogni logica, fin dal momento stesso della nostra nascita, quando “perdiamo il paradiso” del contatto simbiotico con la madre, venendo bruscamente “obbligati” ad emergere alla fatica di esistere, rinunciando ad un “sogno di beatitudine senza tempo”.

Dalla nascita in poi, ovviamente, il nostro io percorrerà tutte le tappe evolutive e vivrà tutte le vicende che configureranno la storia personale, ma il sogno di un “paradiso perduto” non si estinguerà mai dal fondo più remoto del nostro cuore. E chissà che certe “ricongiunzioni”, che trasmissioni, come “C’è posta per te” e consimili, ci ripropongono come scene di vita vissuta, non riescano a sfiorare proprio questa profonda nostalgia che rechiamo scolpita, come una sorta di misterioso DNA, nella più arcaica memoria inconscia della nostra nascita : e la nostalgia commuove sempre, fino alle lacrime….

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