Il periodo natalizio, quando venga vissuto come evento di rilevanza interiore e non soltanto come semplice occasione consumistica (peraltro assai contenuta, oggi, per i venti di crisi che squassano il nostro momento storico), non può non stimolare alcune riflessioni, sia che se ne consideri il potente messaggio religioso, sia che lo si guardi come una “festa laica”, di profilo prevalentemente storico e socio-culturale.
Nel mio personale vissuto di bambima e di adolescente sognatrice – e, ora, di donna adulta, che fortunatamente non ha mai perduto il desiderio di continuare a sognare -, io ricordo e sento ancora, vibrante, dentro di me il fascino profondo che il Natale esercitava sulla mia immaginazione.
I giorni di “attesa”, il clima quasi di sospensione della quotidiana routine, e, soprattutto, la scrupolosa ed entusiasmante cura con la quale a casa mia si costruivano e si decoravano i “segnali evocatori” di quell’evento misterioso, come il Presepe con tutte le sue affascinanti statuine e casine di cartapesta, e, poi, l’albero di Natale, con i suoi luccicanti pendagli e tutte le luci multicolori, con le musiche natalizie nel sottofondo : tutto contribuiva, quasi per “addensamento progressivo”, a sollecitare una entusiasmante atmosfera di novità, che poi, infine, sfociava nella tanto desiderata celebrazione conclusiva del Natale, con i suoi riti conviviali, le riunioni con i parenti, lo scambio dei regali sotto l’albero, i sorrisi e le promesse di bontà.
Tutto ruotava attorno al tema della “nascita” di un bambino, avvenuta “tanto tempo fa”, di cui avevo sempre sentito parlare nelle mie frequentazioni catechistiche, nelle prediche dei sacerdoti, nelle favole degli anziani, nelle poesie natalizie che avevo imparato a memoria, a scuola. Un coro di segnali che sicuramente mi commuovevano, ma che allora seguivo come un film, o, meglio, come una favola edificante.
Ancora oggi, donna adulta e madre di famiglia, mi ritrovo a vivere quei momenti “dorati” nella curiosità e nell’entusiasmo che animano le mie due figlie dinanzi agli stessi riti che un tempo fecero palpitare il mio cuore di bambina e di adolescente.
Poi, ecco : il Natale si intrecciava con la festa più “pagana” dell’arrivo del Nuovo Anno, e tutto, infine, “precipitava” rapidamente verso la conclusione delle festività, con la celebrazione dell’Epifania. Una festa bella, perchè c’erano nuovi regali da scartare, ma un po’ “malinconica” per noi studenti, che l’indomani, o quasi, saremmo ritornati a scuola. Tutti i segnali di festa sarebbero stati di nuovo “inscatolati” nel ripostiglio, fino al prossimo anno, con un sottile velo di nostalgia e di disappunto.
L’Epifania era tempo di congedi e di fatale ritorno alla normalità.
Eppure, mentre il festoso fervore delle festività entrava lentamente nel passato, rimaneva sempre dentro di me come una scia di affascinante mistero, che per giorni e giorni continuava a sollecitare la mia immaginazione : ed era l’enigma del viaggio dei tre Re Magi, che, come mi veniva narrato, dal favoloso Oriente, seguendo il richiamo di una “stella”, forse di una “cometa”, avevano attraversato i deserti più sconfinati e sopportato le fatiche più sconcertanti, per recarsi a porgere omaggio ad un Re – bambino, nato umilmente in una stalla, non in una reggia sontuosa.
Chi erano questi Re Magi? – mi chiedevo con insistente curiosità. I grandi, e neppure i sacerdoti stessi, sapevano darmi risposte soddisfacenti. Mi veniva detto che erano dei Re provenienti da terre lontanissime ; forse dei “Maghi-scienziati” ; degli “uomini sapienti” ; degli “astronomi”, o “astrologhi” avvezzi a studiare il cielo e a decifrare i segnali celesti. Qualcuno, in vena di scherzi, ricordo che una volta mi disse che erano dei “turisti per caso”, in cerca di esperienze estreme….
Tutte risposte che mi lasciavano delusa, perchè in realtà non scioglievano un nodo che per me, a quel tempo, rimaneva insolubile : che cosa c’entravano quei Re orientali con il Natale? E perchè le Festività natalizie si concludevano proprio con l’arrivo di questi misteriosi personaggi?
Poi accadeva che il rientro nei quotidiani ritmi di studio e di impegni giornalieri attenuassero l’enigma dei Re Magi, fino, quasi, a collocarlo nel ripostiglio di casa, assieme a tutto il materiale natalizio.
Ma si trattava di una semplice tregua ; una tregua di dodici mesi, lunga quanto si voglia, ma pur sempre tregua. Il problema era destinato a riproporsi nelle successive festività natalizie, in termini sempre più complessi e incalzanti, in stretta relazione con la mia crescita mentale e con il progredire dei miei stessi studi, che non mi permettevano più di baloccarmi con le favole.
Il mistero dei Magi e del loro straordinario viaggio è rimasto per anni come incastonato nella mia mente e nel mio cuore, quasi fino ai giorni d’oggi.
Solo di recente, di pari passo con lo sviluppo dei miei interessi per la Psicologia, per la Filosofia e per le Scienze umane in genere, quell’enigma ha cominciato a “parlarmi” gradatamente in modo meno ermetico, fino a che un “magico” e recentissimo incontro casuale con una “inquietante” poesia me ne ha svelato repentinamente il pieno significato, proprio come in una inaspettata “Epifania” (=rivelazione, manifestazione), che dissolvendo il velo di malinconia che sempre aveva offuscato in me la festività del 6 Gennaio, mi ha permesso finalmente di capire il senso più profondo dello “strano” evento che conclude il Natale.
La poesia è del grande poeta, drammaturgo e saggista americano Thomas Stearns Eliot, ed è intitolata “Il viaggio dei Magi” (“Journey of the Magi”, Ariel Poems, 1927).
Fu un freddo avvento per noi, / proprio il tempo peggiore dell’anno / per un viaggio, per un lungo viaggio come questo : / le vie fangose e la stagione rigida, / nel cuore dell’inverno. / E i cammelli piagati, coi piedi sanguinanti, indocili, / sdraiati nella neve che si scioglie. / Vi furono momenti che noi rimpiangemmo / i palazzi d’estate sui pendii, le terrazze, / e le fanciule seriche che portano il sorbetto. / Poi i cammellieri che imprecavano e maledicevano / e disertavano, e volevano donne e liquori, / e i fuochi notturni s’estinguevano, mancavano i ricoveri, / e le città ostili e i paesi nemici / ed i villaggi sporchi e tutto a caro prezzo: / ore difficili avemmo. / Preferimmo alla fine viaggiare di notte, / dormendo solo a tratti, / con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo / che questo era tutta follia. /
Poi all’alba giungemmo a una valle più tiepida, / umida, sotto la linea della neve, odorante di vegetazione ; / con un ruscello in cora ed un mulino ad acqua che batteva il buio, / e tre alberi contro il cielo basso, / eun vecchio cavallo bianco al galoppo sul prato. / Poi arrivammo ad una taverna con l’architrave coperta di pampini, / sei mani ad una porta aperta giocavano a dadi monete d’argento, / e i piedi davano calci agli otri vuoti. / Ma non avemmo alcuna informazione, e così proseguimmo / ed arrivati a sera non un solo momento troppo presto / trovammo il posto ; cosa soddisfacente voi direte.
Tutto questo fu molto tempo fa, ricordo, / e lo farei di nuovo, ma considerate / questo considerate / questo : ci trascinammo per tutta quella strada / per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo / ne avemmo prova e non avemmo dubbio. Avevo visto / nascita e morte, / ma le avevo pensate differenti ; per noi questa Nascita fu / come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte. / Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni, / ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi, / fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli. / Io sarei lieto di un’altra morte.
Una poesia “sinfonica”, articolata in tre movimenti, scanditi dalla voce narrante di uno dei Magi : il richiamo irresistibile, folle ma perentorio, a mettersi in viaggio nell’inverno di deserti sconfinati, gelidi, ostili, che fanno rimpiangere le comode e sensuali delizie dei “palazzi d’estate” ; la comparsa di segni di cambiamento e di nuova accoglienza che soltanto “chi sa e sa leggere gli eventi” può decifrare, scoprendo e raggiungendo finalmente la méta del viaggio ; la Rivelazione (Epifania) finale del significato dell’intero viaggio ed il ritorno ai propri “Regni”, cioè alla vita quotidiana, “….ormai non più tranquilli” interiormente, perchè la contemplazione, o, meglio, la scoperta della possibilità di rinascere (Natale), coincide con la Morte del passato, cioè della parte vecchia di noi.
Un percorso mentale ed emotivo di profondissima ed inquietante risonanza interiore, che al di là della effettiva veridicità storica del viaggio dei Magi, mi ha permesso trovare finalmente risposta a tutti gli “antichi” quesiti della mia infanzia e adolescenza. I Magi e il loro viaggio faticoso, sconcertante, ma stupendamente favoloso, racchiudono il senso più vero del Natale e ne sono la conclusione più “luminosa” ; perchè se il Natale è un invito a “rinascere”, e se rinascere è essenzialmente la risposta ad un richiamo ; un richiamo che richiede l’umile, coraggiosa saggezza di “rimettersi in cammino”, in cerca di luce, ecco che i Magi divengono le figure-simbolo di questa ricerca. Essi sono “uomini della Luce” : vengono infatti dall’Oriente, dal luogo dove sorge il Sole ; sono “vecchi”, sono “sapienti”, ma la loro sapienza non è ottusamente accademica, perchè i loro occhi sono aperti all’immensità del cielo per coglierne i segni ; le loro orecchie sono protese all’ascolto dei più remoti richiami ; la loro senilità è ricca di energie e sempre vibrante di desiderio di conoscenza.
Essi intraprendono un viaggio al limite di ogni resistenza, ma la forza che li spinge e li guida a varcare i deserti più aridi, gelidi e impervii è l’Amore, quell’ Amore che faceva dire a S. Paolo “Se anche parlassi le lingue egli uomini e degli angeli, ma non avessi l’Amore, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avesi il dono della profezia e conoscesi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede, così da trasportare le montagne, ma non avessi l’Amore, non sarei nulla…..” (Prima lettera ai Corinzi, 13).
E l’Amore li premia, infine, facendoli pervenire alla méta del loro viaggio, che non è una reggia, nè un Re, splendido sul suo trono, ma un bambino, umile, infreddolito, indifeso, del quale, tuttavia essi sentono la immensa potenza ; una potenza che essi sentono anche dentro di sè : la potenza del “puer”, che dialogando con la loro età senile fa fluire nella loro anima un fermento irresistibile di rinnovamento, che li fa “morire” per preparali ad una nuova nascita. Solo con loro ed in loro il Natale svela il suo vero significato.
