La passione per la Psicologia mi ha portato spesso a “curiosare” in molti campi della ricerca scientifica, allo scopo di chiarirmi sempre meglio la misteriosa dinamica di tutti gli affascinanti processi che alimentano la nostra vita mentale, emotiva e relazionale.
Che cosa accade dentro di noi quando veniamo rapiti dalla bellezza di un quadro, di una statua, di un paesaggio, di un’alba o di un tramonto, oppure quando proviamo un intenso moto di commozione guardando un film, ascoltando una musica o assistendo ad un evento che ci tocca intensamente, fino alle lacrime? E ancora, che cosa accade quando un lettura ci appassiona profondamente, o quando ci immergiamo nello studio di un determinato argomento da apprendere? E quando ci innamoriamo? Che cosa succede se la vibrante magia di Eros si impadronisce di noi? E nel caso che si insinuino in noi sentimenti di paura, rabbia, simpatia, antipatia, compassione ed altro, che cosa é che si mette in movimento nel nostro io? Da dove provengono le spinte interiori che ci permettono di “sentire” e “comprendere” il dolore altrui e di parteciparvi?
Questi ed altri incalzanti quesiti mi hanno recentemente spinto ad accostarmi alle neuroscienze, alla ricerca di qualche plausibile risposta.
Gli studi sul sistema nervoso umano ed animale in genere – che costituiscono l’oggetto principale delle neuroscienze -, dagli anni ’80 in poi hanno compiuto progressi di notevole importanza per una sempre migliore conoscenza del rapporto che intercorre fra le attività neuromotorie di base e le funzioni “superiori” della vita umana. Muovendo dal campo più specialistico della neurobiologia, tali studi trovano oggi un fertile terreno di espansione in molteplici discipline, come, ad esempio, nella Chimica, nell’Informatica, nell’Ingegneria, nella Linguistica, nella stessa Psicologia, nella Sociologia, nella Matematica, nella Medicina e in altre materie ancora, come la Filosofia e la Fisica, senza escludere possibili e validi contributi anche nell’area della creatività artistica.
Queste diramazioni interdisciplinari delle neuroscienze sono state rese possibili dall’enorme incremento dei più sofisticati strumenti di ricerca, i quali hanno permesso di penetrare nei processi più apparentemente nascosti e invisibili dei dinamismi neurocerebrali che intervengono un po’ in tutte le aree della nostra vita cognitiva, emotiva e sociale. Non c’é dubbio, ovviamente, che quando noi produciamo linguaggio, pensieri, emozioni, sentimenti, scienza, cultura, arte, vita relazionale ed altro, tutte queste espressioni dell’umana esistenza trovano il loro più appropriato e necessario punto di partenza nei dinamismi del nostro sistema nervoso. Un tempo, tuttavia, il legame specifico che intercorre fra “corpo” e “mente” non era ben chiaro.
Ancora negli anni ’60, ad esempio, la psicoanalista statunitense Edith Jacobson, affrontando proprio questo argomento, intitolava significativamente un suo famoso saggio “Il misterioso salto dalla mente al corpo”, quasi a sottolineare la mancanza di chiare conoscenze in questo campo. E non si tratta di un tempo molto distante dall’epoca attuale. In questi ultimi trenta anni, però, le ricerche neurologiche hanno reso sempre meno “misterioso” il collegamento fra i processi neurodinamici del nostro corpo e le funzioni mentali, per cui l’antico “dualismo” corpo-mente si é assottigliato sempre più, fino a ridursi ad una linea di demarcazione assai sfumata.
Un balzo innanzi, di particolare importanza in merito a questo problema, é stato reso possibile recentemente dallo schiudersi di un nuovo orizzonte di ricerca riguardante la scoperta dei cosiddetti “neuroni specchio”. Un tema veramente affascinante, che é stato studiato, a partire dal 1991, da una équipe di neurofisiologi italiani, operanti presso l’Istituto di Neurofisiologia dell’Università di Parma, sotto la guida del neuroscienziato Giacomo Rizzolatti.
Sembra che l’osservazione della particolare reattività di questi distretti neuronici variamente distribuiti a livello corticale, sia in grado di spiegare “come” si costruisca in noi tutta l’impalcatura della nostra vita cognitiva, emotiva e sociale. Essa, in base a queste ricerche, si costituirebbe per via “empatica”, cioé per via di immedesimazione. Quando noi osserviamo una determinata azione compiuta da altri, oppure un particolare stato d’animo, un’emozione che altri esprimono, poi ci troviamo ad appropriarci di quella stessa azione o di quella stessa emozione, imparando a riprodurla o sentirla come fosse un nostro “linguaggio”, anche in assenza degli altri. In questo modo, tessuto di scambi reciproci, “intersoggettivi”, si costituirebbe per gradi e a volute sempre più ampie il nostro mondo cognitivo, emotivo e sociale, la capacità di provare e capire ciò che gli altri sentono e tutti i più alti valori che accomunano l’umanità. I protagonisti di questo stupendo processo interattivo sarebbero, appunto, i “neuroni specchio”, masse neuroniche variamente distribuite sulla corteccia cerebrale, che si attiverebbero sia per determinare la fase recettiva, sia per guidare la fase riproduttiva, permettendo in tal modo il formarsi di tutto il nostro arabescato e variopinto mondo interiore, prima ancora che esso diventi parola, pensiero, linguaggio, sentimento, azione, e via dicendo.
Confesserò che quando mi sono confrontata la prima volta con queste conquiste neuroscientifiche, non ho potuto evitare un certo moto di scetticismo. Mi sembrava che gli scienziati avessero finito con l’umiliare in modo veramente increscioso i più nobili e delicati sentimenti, riducendoli a semplici movimenti neuronici. Mi accadeva di pensare con sdegno ad una vera e propria “profanazione” soprattutto del sentimento d’amore. Possibile che Beatrice, Paolo e Francesca, Laura e gli immortali Romeo e Giulietta fossero soltanto il prodotto di “sussulti” motorii dei neuroni specchio negli strati corticali di Dante, Petrarca e Shakespeare?
Poi, mi é accaduto di incontrarmi con un recente articolo del neuroscienziato Vittorio Gallese, della équipe parmense di Giacomo Rizzolatti, intitolato “Corpo non mente. Le neuroscienze e la genesi di soggettività e intersoggettività” (Educazione Sentimentale, 20 : 8-24, 2013), e la lettura di questo scritto é stata per me illuminante, convincendomi ad abbandonare il mio iniziale scetticismo a favore di un rinnovato entusiasmo verso le neuroscienze. Il tema dei neuroni specchio, egregiamente trattato dal Gallese, mi é apparso non più riduttivo, ma innovativo e in grado di ampliare notevolmente gli orizzonti della stessa Psicologia, tanto da indurmi a proporre ad un gruppo di amici, con i quali mi trovo periodicamente per trattare argomenti di varia cultura, una mia sintesi scritta del suddetto articolo, accompagnata da qualche personale riflessione. Data la simpatia con la quale gli amici hanno accolto ed apprezzato la mia piccola “fatica”, ho ritenuto opportuno riportare il mio breve testo anche in questa sede, invitando comunque tutti gli eventuali lettori a consultare direttamente anche l’articolo di Gallese, facilmente rintracciabile on-line, digitando su Google : Vittorio Gallese, Corpo non mente, Educazione Sentimentale, 20, 2013, academia.edu
Riflessioni a margine dell’articolo di Gallese, V. (2013) “Corpo non mente. Le neuroscienze cognitive e la genesi di soggettività ed intersoggetività”, in “Educazione Sentimentale”, 20 : 8-24,a cura di Maria Luisa Valenti
1. Premessa. Breve excursus sui neuroni specchio
La scoperta dei neuroni specchio (mirror neurons), variamente distribuiti nei distretti neuronici del cervello umano, è stata sicuramente una delle acquisizioni fra le più importanti avvenute nel campo degli studi neuroscientifici sui processi cognitivi negli ultimi venti anni. Essa ha aperto nuove prospettive per meglio comprendere la connessione tra i meccanismi di funzionamento del sistema cervello-corpo e le nostre competenze cognitive (Gallese, 2013).
Com’é noto, la scoperta dei neuroni specchio é stata resa inizialmente possibile da attenti studi sperimentali effettuati sulla reattività cerebrale e motoria del macaco dinanzi ad azioni finalizzate, come, ad esempio, l’afferrare. Osservando con opportune apparecchiature il comportamento neuromotorio del primate, un gruppo di scienziati italiani dell’Istituto di Fisiologia dell’Università di Parma guidato da Vittorio Rizzolati, nel 1991 poté accertare che il macaco, dopo avere osservato un’azione motoria compiuta da altri soggetti – della stessa specie oppure anche dall’uomo -, era in grado di riprodurne la sequenza non solo come se egli stesse compiendo, per immedesimazione “empatica”, la stessa azione del soggetto osservato, ma era altresì in grado di riprodurre la medesima azione mediante simulazione anche in assenza dell’osservato. Questo fenomeno fu interpretato come espressione di un “rispecchiamento neuronale”, perché tutto il processo interattivo osservazione-osservato e quello della riproduzione autonoma simulata da parte dell’osservatore in assenza dell’osservato era accompagnato e reso possibile in ambedue i casi dall’attivazione di raggruppamenti di neuroni visuo-motori, cui fu dato il nome, appunto, di “neuroni specchio”. Questi distretti neuronali divenivano attivi, quindi, sia quando veniva compiuta un’azione, sia quando la stessa azione veniva osservata in altri (Rizzolatti et al., 1996 ; Gallese et al., 1996).
Muovendo dalle osservazioni condotte sulle scimmie macaco, la presenza di neuroni specchio fu individuata, in modo assai più esteso, anche nell’uomo, mediante l’uso di metodi di visualizzazione dell’attività cerebrale, come la risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI), la stimolazione magnetica transcranica (TMS), l’elettroencefalogramma (EEG) (Gallese et al., 2004 ; Rizzolatti e Sinigaglia, 2010).
Dal momento che i neuroni specchio sono una unica realtà biologica “a doppia faccia”, in grado di attivare una vera e propria partecipazione motoria, o programma motorio di tipo “empatico”, sia quando si osserva direttamente un’azione compiuta da altri, sia quando si conserva e si riproduce la stessa azione per simulazione, senza più il supporto dell’osservazione diretta, la loro esistenza ha aperto nuovi orizzonti nello studio del rapporto mente-corpo, proiettando una nuova luce sull’antico problema cartesiano della relazione fra “res cogitans” e “res extensa”, il cui scoglio dualistico, malgrado i progressi compiuti dagli studi cognitivi nel ventesimo secolo, non risultava ancora del tutto superato. Infatti, i neuroni specchio adesso appaiono come “mediatori” biologici del passaggio dal fisico, allo psichico al mentale e viceversa. Il problema di come le rappresentazioni mentali possano tradursi in realtà corporea ed intrecciarsi con questa sembra avere trovato in essi una possibile risposta in grado di rivoluzionare totalmente gli studi cognitivi del passato, anche di quello più recente. I neuroni specchio sarebbero in sostanza l’ “anello mancante” in grado di connettere due mondi (quello del pensiero e quello del corpo), che da secoli continuavano sostanzialmente a rimanere separati, anche malgrado i più recenti sviluppi del cognitivismo e dei tentativi che le stesse neuroscienze hanno compiuto nella seconda metà del ventesimo secolo per determinare le basi biologiche delle nostre conoscenze (cfr. Gallese, 2014).
2. Neuroni specchio e intersoggettività
Ma la scoperta del sistema neuroni specchio, non solo ha portato all’apertura di nuove prospettive per spiegare il rapporto interattivo mente-corpo e viceversa ; essa ha anche delineato un modo del tutto inusitato e rivoluzionario di concepire la genesi stessa delle nostre conoscenze un po’ in tutti i campi, da quello della comunicazione a quello dell’arte, della creatività estetica e persino della politica. Su questo particolare argomento risiede l’originalità dell’articolo di Vittorio Gallese, “Corpo non mente….” (cit.), sul quale ci si propone ora di riflettere.
Egli, dopo avere condotto un’ampia disamina sulle principali teorie cognitive, dal cognitivismo classico – che studia la mente umana come un sistema di funzioni astratte -, a quello evoluzionistico – che vede nella mente umana “un insieme di moduli cognitivi, ognuno dei quali é stato selezionato nel corso dell’evoluzione per il proprio valore adattivo….: modulo linguistico, modulo per la teoria della mente, ecc.” (cfr. Gallese, ibid. pag.3) -, fino ai metodi del “brain imaging” usati dalla stessa neuroscienza mediante l’uso di fMRI (cfr. Gallese, ibid.), ravvisa in tutti questi studi, antichi o moderni che siano, una carenza di “orizzonte” sul cui sfondo potere inquadrare in modo più completo la dinamica dei processi cognitivi. Tutte le teorie, infatti, tendono ad esaminare i processi cognitivi “per compartimenti stagni”, tenendo separate le varie aree di ricerca, vedendone il reciproco rapporto “per giustapposizione” e smarrendo in tal modo l’aspetto dinamico e unitario dell’intero processo cognitivo nella sua globalità, mentre questo dovrebbe, invece, essere situato lungo un “continuum” corpo-mente, nel quale si intreccia e si compenetra una grande molteplicità di variabili soggettive ed intersoggettive.
I neuroni specchio, con il loro attivarsi sia quando osserviamo gli altri compiere un’azione, sia quando riproduciamo, in loro assenza, l’azione stessa, ci insegnano che senza i dinamismi neuronici visuo-motori non c’é conoscenza e che la conoscenza stessa, a sua volta, più che essere il prodotto di una metafisica illuminazione proveniente da un mondo extrasensibile, oppure l’espressione di un deposito innato di “idee”, si costituisce, di contro, “in corpore vivo”, come una sintesi vivente di attivazioni neuromotorie , conseguenti all’osservazione del comportamento degli altri, le quali permettono di acquisire, mediante la riproduzione simulata, quei contenuti mentali che compongono il nostro mondo cognitivo. I risultati di questo complesso processo interattivo, Gallese li definisce “cognizione incarnata” (embodied cognition) (cfr. ibid., pag.4). In questa prospettiva, che enfatizza sia l’osservazione dell’altrui comportamento, con tutta l’attività dei neuroni specchio che tale processo suscita, sia l’acquisizione di una capacità di penetrare per via empatica e riprodurre mediante simulazione lo stesso comportamento, sempre associato al riattivarsi dei medesimi neuroni, balza in primo piano anche la dimensione intersoggettiva dalla quale provengono le nostre conoscenze. Gallese dice in proposito : “una delle conseguenze della scoperta dei neuroni specchio é stata rendere possibile il derivare…. la soggettività dall’intersoggettività”. Tale intersoggettività deve essere intesa anche come “intercorporeità”, perché la capacità di osservare e di comprendere gli altri risulta legata “alla mutua risonanza di di comportamenti sensori-motori intenzionalmente significativi” e non dipende “esclusivamente da competenze mentalistico-linguistiche”. Secondo questa ipotesi, la comprensione delle azioni altrui avviene “grazie ad un’equivalenza motoria tra ciò che gli altri fanno e ciò che può fare l’osservatore” (cfr. ibid. pag.5).
Questi meccanismi di rispecchiamento, che creano una “consonanza intenzionale” (Gallese, 2006), la quale ci consente di “riconoscere gli altri come nostri simili”, rendendo possibile “la comunicazione intersoggettiva ed una comprensione implicita degli altri”, determinano quel fenomeno che Gallese chiama “simulazione incarnata”.
3. Simulazione incarnata (embodied simulation) e linguaggio
Dal quadro delle summenzionate ricerche e delle conseguenti deduzioni che ne conseguono, si può definire la simulazione incarnata come un dinamismo di base, che permette di comprendere le azioni e le emozioni altrui a livello preriflessivo, cioè prima di ogni mediazione concettuale e linguistica. Tale dinamismo é “incarnato” in quanto é attivato dai neuroni specchio ; é una “simulazione” in quanto riproduce un comportamento osservato in un proprio simile come se fosse compiuto da un “alter ego”. Su questa base noi possiamo capire e sentire le emozioni altrui, prima ancora che vengano verbalizzate, partecipandovi ed immedesimandoci in esse come se fossero nostre. Ciò isignifica che stati o processi mentali si presentano “in formato corporeo” prima di configurarsi come enunciati proposizionali, e si potrebbe pure avanzare l’ipotesi che il formato corporeo preceda sia filogeneticamente che ontogeneticamente quello proposizionale (Cfr. ibid. pag.6).
Questa suggestiva ipotesi porta Gallese a chiedersi se anche il linguaggio con tutte le sue regole ed i suoi paradigmi trovi le proprie radici biologiche nel dinamismo dei neuroni specchio e sia esso stesso un forma di simulazione incarnata. Non vi é dubbio che quando noi parliamo compiamo un’azione che é resa possibile e presupposta da processi neuronici prelinguistici ; né vi é dubbio che il linguaggio sia una funzione appresa e riprodotta in un contesto intersoggettivo. Quanto all’evoluzione del linguaggio già Gallese stesso ne aveva parlato in termini di “esaptazione”, cioè di “sfruttamento neurale” (neural exploitation), che consiste nel “riuso di risorse neurali, originariamente evolutesi per guidare le nostre interazioni col mondo, per servire la più recentemente evoluta competenza linguistica” (cfr. Gallese, 2000 ; Gallese e Lakoff, 2005 ; Gallese 2008). Tuttavia il linguaggio ad un certo punto si svincola da tutti i fattori prelinguistici per seguire “vie proprie”, e ciò, di primo acchito, può costituire una difficoltà circa la possibilità di vederne il collegamento con la realtà corporea. Noi, infatti, possiamo formulare linguisticamente enunciati che pur essendo comprensibili, nulla hanno a che vedere con ciò che i sensi ci mostrano : “posso dire che oggi c’é il sole ed essere compreso, anche se fuori dalla finestra scende la neve” (ibid. pag.7). Gallese, però, affronta questa difficoltà osservando innanzitutto che il linguaggio, ad esempio, “quando si riferisce al corpo in azione, mette in gioco le stesse risorse neurali normalmente impiegate per muovere quello stesso corpo” (cfr. ibid. pag.9), per cui osservare direttamente un’azione, oppure leggerne la descrizione linguistica, suscita la stessa reattività neuromotoria corticale, che include anche i neuroni specchio. Ma il linguaggio può anche sganciarsi da questa situazione concreta per attivare generalizzazioni che esulano dalla contingenza e assumono la fisionomia di “paradigmi”, cioè di modelli di connessioni fra sintagmi in assenza di riferimenti concreti. Per esempio, nella linguistica moderna i paradigmi costituiscono l’insieme degli elementi di una frase “che contraggono fra loro una relazione virtuale di sostituibilità…. nello stesso contesto. Per es., dato il segno mangio una pera, mangio intrattiene rapporti sintagmatici con una pera e rapporti con mangi, mangia, mangiai, ecc., con mordo, vedo, dipingo, ecc.; allo steso modo una intrattiene rapporti sintagmatici con pera, e con la, questa, ecc.” (cfr. Treccani.it, Enciclopedia Italiana, alla voce “Paradigma”). E’ proprio questa “sospensione” dal concreto che rende possibile la costruzione delle regole linguistiche (su questo argomento Gallese cita Agamben, 2008). Date queste premesse, “che cosa é – si chiede Gallese – la simulazione incarnata se non la sospensione dell’applicazione concreta di un processo?” Per questa via é possibile sostenere che le più complesse regole del linguaggio umano possono avere origini neurobiologiche che si traducono in simulazione incarnata quando divengono “astratte”, cioè si distaccano da situazioni concrete (cfr. ibid. pag.11). In tal senso anche il linguaggio, come altre componenti mentali ed emozionali della vita umana, si svela fortemente connesso ed intrecciato con la dimensione neurobiologica dell’essere umano.
4. Nuove prospettive sulla visione dell’Uomo e sul suo essere-nel-mondo nel contributo delle neuroscienze
Il contributo che le neuroscienze hanno recato per creare un “ponte” in grado di congiungere le due sponde del corpo e della mente tradizionalmente considerate nella cultura occidentale come due mondi separati, ha determinato una vera e propria rivoluzione non solo nel campo degli studi cognitivi, ma anche nell’area più prettamente filosofica della concezione dell’Uomo. Sarebbe un grave fraintendimento pensare che le ricerche neuroscientifiche abbiano prodotto una sorta di nuovo materialismo “riducendo” i processi più “nobili” dell’uomo a “movimenti della materia” (per usare una tradizionale terminologia filosofica). La proposta delle neuroscienze non é riduzionistica, ma innovativa, nel senso che propone all’uomo un nuovo modo di abitare il proprio corpo, non più come un “detenuto nel proprio carcere”, ma come un “proprietario ricco nel proprio sontuoso palazzo”, un palazzo accogliente, dove esistono tante stanze luminose ancora da visitare, che riservano entusiasmanti scoperte. In un passaggio molto significativo del suo articolo, Gallese utilizza la famosa distinzione proposta da Edmund Husserl fra corpo-oggetto (Korper) e corpo-vissuto (Leib) : “siamo Korper (corpo oggetto e corpo rappresentato) e Leib (corpo vissuto)…. Le neuroscienze oggi hanno la possibilità di fare luce sul Leib interrogando il Korper. Il punto non é appiattire il Leib sul Korper, ma comprendere che l’indagine empirica condotta sul Korper ci può dire cose nuove sul Leib” (ibid. pag.13).
La strettissima unione fra Leib e Korper costituisce la nostra nuova Soggettività. Essere “soggetti”, oggi, significa non essere più confinati nel deserto del solipsismo, alla disperata ricerca di una problematica corrispondenza fra le nostre funzioni mentali e il mondo empirico. Un tempo questa ricerca veniva risolta ricorrendo ad una mediazione divina, sulla quale si tentava di costruire una metafisica come scienza. Ed essere al centro di una particolare attenzione divina costituiva un punto di orgoglio per l’uomo. Poi, il pensiero filosofico, da Kant fino ai nostri giorni, ha dimostrato che la metafisica altro non è che uno sterile gioco tautologico di parole e l’uomo ha perduto la propria “centralità” nel mondo, naufragando nel mare di un insormontabile dualismo mente-corpo. Oggi le neuroscienze ci offrono un nuovo “filo di Arianna” che ci permette di uscire dal labirinto di questa lacerante situazione. La realtà empirica del mondo e degli altri individui “ci parla dentro” mediante l’attività corticale dei neuroni specchio, i quali, mentre da un lato guidano l’osservazione diretta, dall’altro lato generano quel fenomeno della simulazione incarnata, che libera l’osservatore dall’osservazione diretta, per permettergli la riproduzione simulata, e cioè “virtuale”, dell’osservato. Questa “liberazione”, che è in grado di tradursi anche in creatività artistica, fa sì che la simulazione incarnata divenga una nuova, fondamentale modalità di “apertura al mondo”, che facilita la libera circolazione intersoggettiva delle esperienze generando cultura, mentre ci permette di “uscire dal corpo rimanendovi” (cfr. ibid. pag.19).
Bibliografia
Agamben, G. (2001), Infanzia e Storia. Distruzione dell’esperienza e origine della Storia, Torino, Einaudi
Agamben, G. (2008), Signatura rerum. Sul metodo, Torino, Bollati-Boringhieri
Rizzolatti, G., et al. (1996), Premotor cortex and the recognition of motor actions, Cog. Brain Res., 3 : 131-141
Gallese, V., et al. (1996), Action recognition in the premotor cortex, Brain, 119 : 593-609
Gallese, V., Keysers, C., Rizzolatti, G. (2004), A unifying view of the basis of social cognition, Trends Cognitive Sciences, 8 : 396-403
Gallese, V. (2005), Embodied simulation : from neurons to phenomenal experience, Phenomenology and the Cognitive Sciences, 4 : 23-48
Gallese, V., and Lakoff, G. (2005), The brain’s concepts : the role of Sensory-Motor System in Reason and Language, cognitive Neuropsychology, 22 : 455-479
Gallese, V. (2007), Before and below theory of Mind : embodied simulation and the neural correlates of social cognition, Phylosophical Transactions of the Royal Society of London B, 362 : 659-669
Gallese, V. (2008), Mirror neurons and the social nature of language. The neural exploitation hypothesis, Social Neuroscience, 3 : 317-333
Gallese, V. (2011), Neuroscience and Phenomenology, Phenomenology and Mind, 1 : 33-48
Gallese, V., Sinigaglia, C. (2011), What is so special with Embodied Simulation, Trends in Cognitive Sciences, 15 (11) : 512-609
Jacobson, E. (1975), Il misterioso salto dalla mente al corpo : uno studio sulla teoria di conversione, a cura di F. Deutsch, Firenze, Martinelli
