Ciò che maggiormente affascina nella danza è quel continuo cercarsi, avvincersi, scostarsi, fuggire, quasi, l’una dall’altro, per poi ritrovarsi nuovamente, sfiorarsi e ricominciare l’instancabile gioco dell’intreccio, delle fughe e dei nuovi, maliziosi inviti.
Talvolta è affascinante considerare la danza come una metafora della vita. L’incontro con mio marito, ad esempio, è stato come un susseguirsi di figure di danza. Quando avevo 18 anni e per le strade del mio paese si celebrava festosamente il Carnevale, ballando al suono d’orchestre ambulanti, era d’uso che le ragazze si mascherassero e fossero loro ad invitare i giovanotti senza farsi riconoscere.
Una volta, durante una indiavolata tarantella, mi accadde di perdere una scarpina. Subito molti giovani mi circondarono allegramente, contendendosi la scarpina e facendo a gara per farmela indossare nuovamente, quasi fossi stata una novella Cenerentola circondata da tanti principi azzurri. Ci fu un po’ di festosa confusione, poi, per evitare contrasti, qualcuno propose di organizzare una gara, lanciando in aria la scarpina. Chi l’avesse presa, avrebbe avuto il duplice onore di farmela indossare e di togliermi la maschera.
Fra i giovani che mi circondavano, c’era anche il mio futuro marito, il quale, fino a quel momento, se ne era stato abbastanza in disparte, silenzioso. La gara fu accettata con entusiasmo, e subito la scarpa fu lanciata in alto. Destino volle che andasse a finire proprio fra le mani di mio marito, che rimase inizialmente imbarazzatissimo. Ma poi, preso coraggio anche dietro l’incitamento degli altri giovani, mi fece indossare la scarpina, mi tolse la maschera e, come incantato, mi invitò a ballare. Ancora non ci conoscevamo, ma qualcosa ci avvolse come un richiamo segreto. Dopo quel ballo, non avemmo più occasione di incontrarci.
Lui era fidanzato con un’altra ragazza e forse per questo motivo quell’episodio sembrò non avere più seguito. Ma non era così. Mesi dopo, una sera d’estate, ci incontrammo nuovamente, per caso. Fu come se ci conoscessimo da sempre. Conversammo piacevolmente e con l’occasione lo informai che dopo alcuni giorni sarei andata a Roma, in Vaticano, dove, in costume albanese, al cospetto del Papa, avrei cantato in coro con altre ragazze, per celebrare la chiusura dell’anno Mariano.
Ci separammo nuovamente, senza nessun programma, come se anche quell’incontro non dovesse avere alcun seguito. Andai a Roma. Là mi trovai a cantare in coro con tutte le mie compagne davanti al Papa. C’era un gran pubblico ed eravamo emozionatissime.
Durante l’esecuzione, però, i miei occhi furono come calamitati da una persona che mi stava fissando fra mille altre, con intensità. Era il mio futuro marito che si era recato anche lui a Roma per incontrarmi. Era il 26 Agosto 1988. Da quel momento iniziò la nostra storia : come in una danza. Così è la Vita.
