Proprio in questi giorni, nei quali si parla di vacanze e, malgrado la crisi, molte persone cercano in qualche modo di concedersi un po’ di pausa dalla quotidiana routine, un lettore ha proposto una domanda molto interessante ed intelligente, che mi ha entusiasmato ed alla quale mi sono sentita di rispondere con una riflessione che possa essere utile a molte persone.
Appena rientrati da una intensa vacanza, ogni volta mi pongo la stessa domanda:-cosa spinge le persone a muoversi almeno una volta l’anno lontani da casa, dalle sicurezze, dalle abitudini. Non credero’ mai al luogo comune secondo cui si va in ferie per rilassarsi, credo che al contrario partire significhi aumentare la soglia di stress. Allora perche’ ogni tanto sentiamo questo impulso di dover lasciare la nostra terra dove abbiamo affondato le nostre radici per raggiungere altri luoghi?. Forse si tratta di una strategia per esorcizzare una emozione antica come l’abbandono? Oppure riteniamo di allontanarci dalle certezze per rimetterci in gioco e stabilire le priorita’? Cosa ne pensate?
Esistono varie tipologie di vacanze. Ci sono vacanze ispirate al più usuale conformismo “igienico”, che si configurano come una “interruzione delle ordinarie occupazioni per un periodo di pochi o più giorni, a scopo di riposo, distensione, svago” (cfr. la definizione che ne dà il “Dizionario della lingua italiana” di G. Devoto e G.C. Oli, Firenze, Le Monnier, 2004) ; vacanze che seguono le leggi dettate dalla moda, dagli “spostamenti di branco”, dalla ricerca di divertimento a tutti i costi, dalla immersione in veri e propri “bagni di folla” ; oppure vi sono vacanze-fuga, verso località esotiche, alla ricerca di “paradisi” da cartolina, dietro i quali impera il più vieto consumismo ; oppure, ancora, vacanze da “beauty-farm”, che promettono di farci diventare più belli. Poi vi sono le vacanze “estreme”, da “Avventure nel mondo”, che sollecitano l’illusione di poter essere, per un certo periodo, protagonisti-eroi di imprese fuori dall’ordinario. Per altre persone, invece, le vacanze possono essere un’occasione preziosa di incontro con se stessi, in un clima di meditazione solitaria, lontana dai frastuoni brutali del mondo della fretta. L’elenco potrebbe continuare indefinitamente, perchè praticamente infinite sono le “sfumature di significato” che ogni persona potrebbe dare alla parola “vacanza” , in base alla propria esperienza individuale.
Tuttavia, dietro tutta questa variopinta polivalenza di voci, vi è un unico denominatore che può accomunare i vari significati del concetto di “vacanza” : ed è il senso del “vuoto”. La parola “vacanza”, infatti, richiama il vocabolo latino “vacuum”, che, appunto, significa “vuoto” o “spazio vuoto”.
Se seguiamo questa traccia, come un sottile “filo di Arianna”, la parola “vacanza” ci porta lentamente nel labirinto più profondo della nostra anima, dove il disordinato stridore dei richiami del mondo esterno si smorza nel silenzio dei nostri più profondi e più inespressi bisogni esistenziali, fra i quali primeggia, prepotente, il desiderio di “sentirsi vivi”.
Sentirsi vivi significa essenzialmente avvertire la libertà di potere imprimere alla propria esistenza un nuovo corso, una nuova direzione, una nuova progettazione. Tale possibilità può avverarsi solo “facendo vuoto” dentro e attorno a noi, liberandosi dalla catena delle abitudini e della opprimente quotidianità. E non importa che questa liberazione sia definitiva, sconvolgente e rivoluzionaria : è sufficiente che sia “possibile”, anche per breve tempo,come una sorta di speranza che periodicamente si rinnova
