Vi sono due modi di cogliere il senso dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, qualunque ne sia l’oggetto. O li consideriamo come “pietre” che gravano sull’anima, squadrate, compatte, immobili come muri invalicabili, senza un domani, senza una speranza ; oppure li vediamo come continui, incalzanti presentimenti o premesse di nuovi, incessanti inviti ad aprirsi verso nuovi orizzonti di scoperte e di meravigliose avventure.
In sostanza : la vita ci assedia e ci chiude inesorabilmente nella prigionia del quotidiano “niente di nuovo sotto il sole” (come si dice del biblico “Qohelet”), oppure, nel suo incessante divenire, ci sollecita senza tregua a cercare un “altrove”?
Continuamente ci troveremo di fronte a questo dilemma : o chiudersi in un grigio mondo manieristico e ripetitivo ; oppure protendersi verso l’ignoto, “sentire” il mistero che si annida, profondissimo, dentro di noi, per fare della nostra vita un inesauribile capolavoro, unico e irripetibile
Quando Freud, durante un suo viaggio a Roma, ebbe occasione di contemplare, rapito, il Mosè di Michelangelo, gli parve di intravedere nella postura troneggiante di quella meravigliosa statua, una figura sublimamente ieratica, investita della divina missione di portare la Legge di Dio agli uomini ; ma gli parve anche di scorgere nella tensione muscolare della gamba, nella torsione del collo e nello sguardo intenso del personaggio, una intenzione di movimento, come se Mosè, distolto improvvisamente da un frastuono sacrilego, si preparasse a balzare adirato contro la schiera degli ipotetici profanatori della divina volontà.
Egli, anzichè vedere nel capolavoro di Michelangelo, un personaggio statico, seduto su di un trono, trionfante, potente, orgoglioso, distante e sprezzante dinanzi alla meschinità e alla miseria morale del mondo, intravide una figura “in procinto di muoversi” per difendere l’immacolata purezza della Legge di Dio, per renderla “pietra vivente, convincente e vincente” : un programma da attuare, un compito sempre aperto, da eseguire ; una svolta, un nuovo inizio della storia del mondo, non una acquisizione definitiva sulla quale adagiarsi.
Molti critici d’arte non hanno mai accettato questa interpretazione freudiana del Mosè, preferendo una visione più “manieristica” del personaggio. Ma il suggestivo inquadramento del personaggio biblico proposto da Freud, riflette, forse, il dilemma di cui sopra parlavo. Il limite ambiguo di un intreccio di pensieri ed emozioni, che possono essere visti : o “pietrificati” nell’ineluttabilità statica nel “necessario”, o “fluidi” nell’inquietudine dinamica e suggestiva del “possibile”. A noi la scelta.
